Gli amanti di Woody Allen non potranno certo perdersi il suo ultimo film. “Rifkin’s Festival” è un compendio di comicità intelligente e citazioni, una sorta di metafilm dove vengono sottolineati i cambiamenti, a detta del regista ebreo americano non positivi, dell’industria cinematografica. E nonostante la critica non abbia apprezzato quest’ultimo lavoro di Allen presentato al pubblico con un anno di ritardo dovuto alla pandemia di Covid, definendolo un “Allen minore” in realtà la genialità di alcune citazioni e l’intera struttura scelta da Allen non possono non piacere a chi ha da sempre amato i suoi film, minimali da un certo punto di vista, ma che esprimono intelligenza anche nella comicità.

Le nevrosi del protagonista e il suo essere ipocondriaco non possono non incontrare il favore del pubblico che si è già trovato alle prese con questi personaggi autobiografici. Allen non pensa bene dell’attuale cinematografia che critica come superficiale. Fin dalle prime battute il protagonista non vuole partecipare al festival proprio per questi motivi, ma si adatterà ad accompagnare la moglie anche per assecondare la sua gelosia.

La storia è semplice, una coppia statunitense si reca in Spagna per partecipare al festival internazionale del cinema di Sanm Sebastian ma durante il soggiorno i due si innamoreranno di altre persone e arriveranno a lasciarsi per questo, comprendendo che la loro storia è giunta al capolinea. Il film è stato presentato in Italia lo scorso maggio, a causa appunt odella pandemia. Sue è Gina Geshon e segue attori e registi perché gestisce un ufficio stampa cinematografico, mentre suo marito Mort Rifkin (Wallance Shawn) è un docente di storia del cinema, materia della quale è un appassionato, in pensione.

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Questo è il 49esimo film di Allen che torna sul grande schermo al suo massimo proponendo battute sagaci e storie tipiche sue, nelle quali si rimette al giudizio del pubblico anche sulle prorpie nevrosi. Sulle quali però, come sempre, riesce a riderci sopra.

In questo film Allen cita altre pellicole che ha particolarmente amato come “Jule and Kim” di Truffaut, “L’angelo sterminatore” di Bunuel, “Otto e mezzo” di Fellini e “Il settimo sigillo” di Bergman. Geniale anche l’espediente di ridurre il campo di ripresa quando cita qualche altro film o narra dei sogni del protagonista che sono anch’essi citazioni. Una curiostà: al termine delle riprese gli oggetti di scena e i costumi usati nel film sono stati venduti in beneficenza.