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“Sa Femina Accabadora”, la “Signora della buona morte”

“Sa Femina Accabadora”, la “Signora della buona morte”

di Marinella Giuni

Eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico: non è facile orientarsi nel tema del “fine vita” tra burocrazia, etica e legittima richiesta di morire con dignità.
Il tema di oggi ci porta a conoscere una figura – tra realtà e leggenda – appartenente alla storia della Sardegna.
È “sa Femina Accabadora”, dallo spagnolo “acabar”, dare il colpo finale.
Chi era questa donna che portava la forma di eutanasia più antica in Italia e come assolveva il suo compito?
Le fonti sono diverse, alcune contrastanti, ma tutte interessanti e piene di misterioso fascino d’altri tempi, per il tema, per come operava, per la pietas che ne animava il comportamento.
Il termine “s’Accabadora” viene accostato ad una figura femminile chiamata espressamente dai familiari per portare la morte ad una persona malata, in fase terminale, in preda ad atroci sofferenze.

Il compimento dell’atto finale era dettato principalmente da due ragioni: quella di non aggravare la situazione con un ulteriore patimento e quella di evitare ai familiari viaggi, spostamenti e spese mediche che non potevano sostenere.
È bene inquadrare anche temporalmente l’attività e la figura di questa donna, “l’angelo della morte sardo”: le fonti spaziano in momenti diversi, collocandola a partire dall’800 fino alla metà del secolo scorso, ma anche con un segno relativo alla sua presenza nei primi anni 2000.
Piergiacomo Pala, autore del libro “Antologia di Sa Femina Accabadora” e Direttore del Museo Etnografico Galluras, afferma che nelle sue ricerche ha trovato traccia dell’attività di S’Accabadora anche nel 2003 nella Sardegna centrale, nelle vicinanze di Bosa, grazie ad una testimonianza raccolta personalmente.
Immaginiamo il modus operandi di questa donna, grazie alle ricostruzioni fornite da chi si è occupato di questa ricerca che non è solo antropologica, ma che tocca altri aspetti della nostra società tremendamente attuali.
La figura femminile, avvolta in abiti neri, arrivava di notte nella stanza del morente dove era importante che non ci fossero familiari e fossero stati rimossi tutti gli oggetti sacri, così come quelli cari al malato, perché avrebbero ostacolato il distacco dell’anima dal corpo.
Ma come poneva fine alle sofferenze del moribondo?
Anche su questo aspetto, le voci non sono univoche: la donna entrava col volto coperto, si avvicinava al letto del morente e praticava l’uccisione utilizzando un bastone, “su mazzolu o malteddhu”, un attrezzo con un’impugnatura in legno d’ulivo ed una punta a forma di martello, appositamente costruita.
Dopo aver recitato una preghiera, sferrava il colpo fatale che veniva inferto sulla fronte o sulla nuca. Un’altra pratica, che sembra tuttavia fosse usata in modo più marginale, era quella di provocare la morte per soffocamento con l’uso del cuscino o premere le mani su naso e bocca dell’ammalato, fino a provocarne la morte per asfissìa.

L’angelo della morte era una “professionista”, sapeva come portare a termine il proprio compito con precisione e metodo: lasciava la casa senza che vi fossero tracce del suo passaggio dopo essere stata ringraziata dai familiari e ricompensata con generi alimentari.
L’Accabadora è stata una figura di peso nella società e nel costume della Sardegna, considerata al pari della levatrice. In alcuni paesi si è giunti ad affermare che levatrice e Femina Accabadora fossero la stessa persona, con la sola differenza relativa al vestito che la donna indossava: nero per la morte e bianco per la nascita.
L’Accabadora sul piano etico era considerata una sacerdotessa che interveniva per svolgere un lavoro doloroso, ma necessario e ricopriva un ruolo trasversale tra la vita e la morte nel ciclo vitale soprattutto nelle comunità agricolo-pastorali prive di medicine per alleviare il dolore.
Nelle parole del bel libro di Michela Murgia “Sa Accabadora” (Einaudi, 2009), ritroviamo queste immagini:
Eppure c’è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c’è un’aura misteriosa che l’accompagna, insieme a quell’ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra.
Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte.
Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell’Accabadora.
L’ultima madre”.