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Un meritatissimo Oscar come miglior attore protagonista quello vinto da Anthony Hopkins durante la notte del 25 aprile per il film “The father – nulla è come sembra” diretto da Florian Zeller, al suo esordio alla regia, che ha avuto un Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Il film è infatti l’adattamento cinematografico della piece teatrale, dello stesso Zeller “Il padre” del 2012 portata nel 2015 sul grande schermo da Philippe Le Guay.

Il film è del 2020 ed è stato presentato in anteprima al Sundance festival, ma la sua uscita ufficiale è stata rallentata dall’epidemia di Covid e rimandata ad aprile di quest’anno. Al fianco di Hopkins una sempre splendida Olivia Colman nel panni della figlia di Anthony, Anne.

Ed è lei a far visita al padre dopo che è diventato ostile alla nuova badante. Il protagonista è affetto da demenza senile e il regista utilizza perciò degli artifici quasi teatrali per dare allo spettatore la sensazione della confusione temporale e al contempo di particolari vissuta da Anthony. All’inizio sembra quasi di non riuscire a comprendere la trama, perché i personaggi si alternano, ma non sono gli stessi, cambiano come se il protagonista fosse confuso o fosse raggirato da qualche malintenzionato. In realtà la demenza è vista dal punto di vista del protagonista, tanto che l’identificazione dello spettatore diventa totale: chi guarda si trasforma in Anthony e con lui vive la perdita progressiva di memoria, la confusione e anche l’impotenza di fronte a situazioni e persone che non si riescono a riconoscere. Bellissima anche l’immagine della casa di Anthony (It’s my flat – è il mio appartamento ripete quasi ossessivamente) che lentamente si svuota, come se fosse lo specchio della sua mente, sempre più scevra di eventi. Anche un oggetto come un orologio diventa simbolo di una patologia che non sembra lasciare scampo e che il protagonista vive con frustrazione e rabbia perché si sente preso in giro da chi dovrebbe amarlo.

L’interpretazione di Hopkins è talmente intensa da commuovere lo spettatore che viene tenuto in tensione fino alla fine, fino a quando il protagonista non si troverà in una casa di riposo, piangete e disperato mentre ripete “sto perdendo le mie foglie” all’infermiera che si prende cura di lui e che lo convince a vestirsi per poter andare a passeggiare nel parco.

Il regista ricorre a artifici onirici, per far comprendere al pubblico la drammaticità della patologia che solo a tratti permette ad Anthony di rendersi conto che Anna è solo una delle sue figlie: Lucy, la sua preferita è deceduta anni prima a seguito di un incidente. Lo spettatore lo capirà però quasi alla fine del film quando in uno dei deliri del protagonista verrà trasportato in ospedale, nella camera dove Lucy ha vissuto i suoi ultimi momenti.

Un film che merita di essere visto, per l’interpretazione magistrale degli attori del cast e anche per come Zeller ha immaginato la messa in scena scrivendo di demenza dal punto di vista del malato.