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Un divano a Tunisi

Un divano a Tunisi

Una psicoterapeuta alle prese con i pregiudizi culturali di una Tunisi che mostra di aver un gran bisogno di terapia. Di questo in sintesi si parla ne “Un divano a Tunisi” film d’esordio di Manele Labidi Labbè. Uscito ad inizio ottobre, questo film narra le vicende di una psicoterapeuta che, dopo aver studiato e vissuto in Francia (come la stessa regista) torna nella casa di famiglia a Tunisi e qui vuole far partire la propria attività di psicanalista. E’ una storia divertente che con leggerezza affronta diversi pregiudizi culturali a partire dallo stigma che affligge la malattia e il disagio mentali, fino al maschilismo che cerca di relegare la donna ai margini della società e al quale la protagonista si oppone. Il tutto condito da una comicità leggera che mette in risalto le contraddizioni di un paese, quello tunisino che non accetta il fatto che si possa aver bisogno di aiuto psicologico, dove le regole sono ferree e la burocrazia attanaglia tanto è farraginosa. Una commedia che in Italia nelle prime settimane di uscita ha incassato 452 mila euro.

Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio alla periferia di Tunisi, dov’è cresciuta. Ottimista sulla missione che è sdraiare sul lettino i propri connazionali, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l’amministrazione indolente e un poliziotto zelante che la boicotta. E per quanto a Tunisi ci si confessa sotto al casco del parrucchiere o nelle vasche dell’hammam, lo studio di Selma si riempie in fretta e dopo i primi fraintendimenti, gli abitanti dimostrano di aver un gran bisogno del suo aiuto e della sua competenza professionale.

Manele Labidi, la regista nata nel 1982 è di origine tunisina e con questo film sembra ritrovare le proprie radici attraverso l’epopea di Selma, protagonista in bilico tra due culture. Le regista si confronta con le barriere culturali di una comunità che si dimostra scettica verso la pratica analitica. Il tutto affrontato però con il sorriso, in quanto Manele Labidi sembra comprendere il potenziale comico della situazione, una sorta di schizofrenia interna ad una società che se da un lato rifiuta un aiuto psicologico, dall’altro dimostra di averne un gran bisogno. La comicità affiora ad ogni seduta, con scene esilaranti e personaggi che sono ritratti in modo irresistibile, per quanto un po’ stonato: un Iman che ha perso la fede e la moglie, un’esuberante proprietaria di un salone di bellezza che ha un difficile rapporto con la madre, un ‘adolescente ribelle pronta a tutto  pur di lasciare la Tunisia, un paranoico che sogna presidenti e dittatori. Tutti vogliono un appuntamento con Selma e il suo studio diventa il teatro di momenti esistenziali ed eccessi comici. Golsifteh Farahani interpreta magistralmente Selma, esprimendosi con gli occhi. E’ il suo sguardo quello che spiega la situazione sociale contradditoria del Paese e al contempo il vissuto dei pazienti che si sdraiano sul suo divano.

La regista ha utilizzato una tecnica minimalista che non fa uso di effetti speciali o particolari inqudrature scenica e  punta più sul realismo cinematografico riuscendo comunque a catturare l’attenzione dello spettatore per tutti gli 88 minuti della durata del film.