Per secoli, il pensiero occidentale si è sforzato di inseguire la Bellezza con la ʽBʼ maiuscola: un’idea trascendente, immutabile, specchio dell’ordine cosmico o della grazia divina. Tuttavia, accanto a questo filone metafisico, si è fatta strada una contro-storia parallela: la storia della bellezza con la ʽbʼ minuscola. È la bellezza terrena, imperfetta, contingente e sensibile, che non risponde a un canone universale, ma si manifesta nell’esperienza concreta, nella transitorietà delle cose e nella risposta emotiva dell’individuo. Questa svolta immanente trova una delle sue prima formulazioni nella filosofia moderna attraverso David Hume.

Nel suo celebre saggio Della regola del gusto (1757), il filosofo scozzese sostiene che la bellezza non è una qualità intrinseca agli oggetti stessi, esiste soltanto nella mente di chi li contempla. La bellezza si ridimensiona: abbandona l’iperuranio platonico per ancorarsi alla percezione, alla sensibilità individuale e alla cultura. Non essenza eterna, sentimento soggettivo, seppur affinato dall’esperienza. Pochi decenni dopo, Immanuel Kant compie una sintesi fondamentale nella Critica del Giudizio (1790). Pur cercando un fondamento di universalità, Kant definisce il bello come ciò che piace «senza interesse» e «senza concetto». Separando la bellezza dalla perfezione oggettiva o dalla morale, Kant la restituisce alla sua dimensione di libera risposta intellettuale ed emotiva. La bellezza con la ʽbʼ minuscola diventa un gioco armonico delle nostre facoltà conoscitive di fronte al particolare reale, mai riducibile a una formula matematica o a un dogma.

È nell’Ottocento, con l’avvento della modernità industriale, che questa bellezza terrena e caduca diventa la protagonista assoluta della riflessione estetica e poetica. Charles Baudelaire, nei suoi scritti d’arte e in Il pittore della vita moderna (1863), teorizza una bellezza costitutivamente duplice. Da un lato c’è un elemento astratto e permanente, ma dall’altro – ed è ciò che conta per i moderni- c’è l’elemento relativo, occasionale: «l’epoca, la moda, la morale, la passione». Per Baudelaire, il bello coincide con l’effimero, il fuggevole, la transitorietà della vita cittadina. La bellezza perde ogni residuo di sacralità classica per farsi contingenza, shock o dissonanza.

Nel Novecento, con la dissoluzione dei grandi sistemi filosofici, la bellezza con la ʽbʼ minuscola si frammenta ulteriormente. Theodor W. Adorno, nella sua Teoria estetica (1970), mostra come l’arte autentica non possa indulgere a una bellezza consolatoria o armoniosa. La bellezza contemporanea porta con sé le ferite della storia, la frammentarietà, la negazione. Più di recente, Umberto Eco, con la sua Storia della bellezza (2004), ha documentato la molteplicità e il policentrismo dei canoni estetici, dimostrando come la bellezza non sia una norma rigida, ma un racconto stratificato e plurale che muta con il mutare dei linguaggi culturali e dei media. Tracciare la storia della bellezza con la ʽbʼ minuscola significa raccontare il passaggio da un assoluto rassicurante a una dimensione umana, fragile e molteplice. Non un faro immobile nel cielo delle idee, ma un baleno improvviso nella penombra del quotidiano: un’esperienza provvisoria che non chiede di essere adorata, ma semplicemente vissuta.
Ivan Pozzoni
