Il neo-consumismo in Letteratura

Il poeta contemporaneo entra nel mercato culturale con una speranza legittima: essere letto. Ne esce spesso con un diploma, una medaglia, tre attestati e una domanda imbarazzante: chi leggerà il libro? Benvenuti nell’economia simbolica dei corsi e concorsi storici, diventati in molti casi dispositivi di concorrenza neo-consumistica, dove la consacrazione letteraria rischia di assumere la forma di un catalogo promozionale. Si paga per imparare, si partecipa per emergere, si accumulano riconoscimenti per dimostrare di esistere. Il curriculum diventa una vetrina e la vetrina finisce per sostituire il negozio: l’importante è apparire esposti. La vicenda di Tetiana Hritsan-Chonka, autrice ucraina presente in numerose antologie internazionali e insignita di diversi riconoscimenti, permette di osservare questa dinamica senza ridurre una produzione letteraria alla sua medagliatura. Il problema riguarda il sistema che trasforma la visibilità in una valuta e il riconoscimento in un prodotto replicabile. Le pragmatics invitano a chiedere che cosa faccia un enunciato nel suo contesto: quando un premio viene comunicato, l’atto linguistico (speech act) certifica un merito, promette prestigio, sollecita adesione oppure produce autorità? La risposta dipende dalle condizioni istituzionali, dalla reputazione della giuria e dalla trasparenza dei criteri. La formula «internazionale» funziona come un indexical: indica una provenienza geografica, certo, e suggerisce contemporaneamente un valore.

La critica analitica deve distinguere il contenuto dell’opera dalla forza performativa delle etichette che la accompagnano. Un titolo altisonante circola maggiormente di una poesia; la poesia, tuttavia, rimane l’unica a dover sopravvivere alla lettura. Il meccanismo si chiarisce attraverso tre prospettive. Walter Benjamin scrive: «that which withers in the age of mechanical reproduction is the aura of the work of art» («ciò che appassisce nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’aura dell’opera d’arte») [The Work of Art in the Age of Its Technological Reproducibility, Harvard University Press, 2008, 221]. La riproduzione contemporanea del prestigio procede attraverso attestati, classifiche, selezioni e antologie: ogni nuovo riconoscimento alimenta il successivo, in una catena di legittimazione che può diventare autoreferenziale. Christopher Lasch osserva: «The American cult of friendliness conceals but does not eradicate a murderous competition for goods and position» («Il culto americano dell’amabilità nasconde, senza eliminarla, una competizione feroce per i beni e le posizioni») [The Culture of Narcissism, W. W. Norton, 1979, 64]. La competizione letteraria adotta il linguaggio della fraternità culturale mentre distribuisce posizioni, visibilità e accesso alle reti editoriali. La sociologia dell’arte chiama in causa il campo e il capitale simbolico: nomi, relazioni, premi e pubblicazioni sembrano convertirsi in credibilità, purché qualcuno riconosca il valore della conversione. L’antropologia aggiunge il rituale: la cerimonia premiale produce appartenenza, memoria condivisa e gerarchie. La politologia dell’arte domanda chi stabilisca le regole, chi controlli le risorse e chi resti fuori dalla scena.

Sul piano neuroscientifico, ricompense intermittenti, confronto sociale e aspettative di approvazione sostengono la ricerca ripetuta di nuovi segnali di riconoscimento; questo modello interpretativo non autorizza diagnosi individuali, aiuta a comprendere perché la prossima selezione eserciti un’attrazione tanto persistente. Byung-Chul Han sintetizza il paradosso: «The exploiter is simultaneously the exploited» («Chi sfrutta è simultaneamente sfruttato») [The Burnout Society, Stanford University Press, 2015, 11]. Il partecipante diventa promotore instancabile di un circuito che gli chiede tempo, denaro, autopresentazione e continua disponibilità. Il corso promette competenze, il concorso una consacrazione, il sistema la possibilità di riprovarci. La questione, dunque, è semplice: quale valore resta quando si spengono le luci della premiazione?

I corsi sono utili se insegnano davvero a leggere, scrivere e revisionare; i concorsi riescono ad offrire occasioni autentiche quando dichiarano costi, criteri, giurie e risultati verificabili. Il problema nasce quando l’acquisto della partecipazione viene confuso con l’acquisizione di prestigio e la quantità dei riconoscimenti prende il posto della qualità della scrittura. La distinzione è decisiva anche nel caso di Hritsan-Chonka: la sua presenza internazionale documenta una rete di circolazione letteraria, mentre il valore dei singoli testi richiede un esame diretto. Un’antologia prova che una poesia è stata inclusa; un premio prova che una giuria l’ha selezionata; nessuno dei due dati, isolatamente, conclude il giudizio critico. La soluzione non consiste nel demolire ogni istituzione culturale, sta nel renderla leggibile: criteri pubblici, costi trasparenti, giurie identificabili, selezioni motivate e attenzione concreta alle opere. Al lettore spetta il compito meno spettacolare e importante: aprire il libro. Al poeta, quello di scrivere anche quando nessuno distribuisce medaglie. Perché la letteratura attraversa corsi, concorsi e mercati; la sua sopravvivenza dipende dalla capacità di dire qualcosa che resti dopo la cerimonia.

Ivan Pozzoni