Knut Hamsun e la nascita dell’artista moderno.
Nel 1890 Knut Hamsun pubblica Sult (Fame), romanzo destinato a trasformare radicalmente il modo di rappresentare la coscienza. Non siamo davanti alla semplice storia di un giovane povero che non riesce a procurarsi da mangiare. La fame diventa una forza percettiva: entra nel corpo, altera il pensiero, deforma il linguaggio e finisce per modificare il rapporto stesso fra individuo e realtà. L’incipit lo dichiara immediatamente: «Det var i den Tid, jeg gik omkring og sulted i Kristiania, denne forunderlige By, som ingen forlader, før han har fået Mærker af den» («Era quel tempo in cui andavo in giro affamato per Kristiania, quella strana città che nessuno lascia prima di averne ricevuto un segno»). (Sult, P. G. Philipsens Forlag, 1890). La città non è uno sfondo: è un organismo che imprime il proprio marchio sul soggetto.

La fame costituisce il dispositivo attraverso cui questo marchio viene percepito. Il protagonista è uno scrittore senza nome, poverissimo, incapace di adattarsi alle regole elementari della sopravvivenza. Il paradosso è decisivo: più il corpo si impoverisce, più la coscienza diventa instabile e produttiva. Hamsun rompe con il naturalismo ottocentesco, che tendeva a spiegare l’individuo attraverso ambiente, ereditarietà e condizioni sociali. Qui la causa non produce un comportamento: produce una coscienza intermittente, febbrile, contraddittoria. Il narratore registra persino una sorta di euforia patologica: «Hvad kom Luften mine Lunger ved? Jeg var stærk som en Rise og kunde standse en Vogn med min Skulder» («Che cosa aveva a che fare l’aria con i miei polmoni? Ero forte come un gigante e avrei potuto fermare un carro con la spalla»). (Sult, P. G. Philipsens Forlag, 1890). La fame produce un curioso cortocircuito: sottrae energia fisica e contemporaneamente genera iperattività immaginativa. Il corpo vacilla mentre la mente accelera. Fame diventa un romanzo sull’artista moderno. Scrivere non è un’attività separata dalla sopravvivenza: è un’altra forma di bisogno. Il protagonista cerca continuamente di trasformare la propria precarietà in produzione letteraria, mentre la fame rende fragile la distinzione fra esperienza, invenzione e delirio. In un altro passaggio Hamsun descrive con precisione quasi neurologica questa trasformazione: «når jeg sultet litt længe av gangen var det likesom min hjærne randt mig stille ut av hodet og gjorde mig tom» («quando rimanevo affamato abbastanza a lungo era come se il mio cervello mi colasse lentamente fuori dalla testa e mi lasciasse vuoto»). (Sult, P. G. Philipsens Forlag, 1890).

La fame è, dunque, una sottrazione che diventa forma. Essa svuota il soggetto e, attraverso quello svuotamento, rende visibile la fragilità dell’io moderno. Da Hamsun si comprende una linea essenziale della letteratura novecentesca: l’artista come individuo separato, incapace di coincidere con la normalità sociale. Kafka radicalizzerà questa figura nel Digiunatore, dove il rifiuto del nutrimento diventa spettacolo e professione; Beckett la condurrà verso l’estrema rarefazione del corpo e della parola. In Hamsun la fame conserva ancora una dimensione febbrile: è dolore, allucinazione, umiliazione, e una strana forma di libertà. Non mangiare significa perdere progressivamente il controllo del mondo; significa anche sottrarsi, almeno provvisoriamente, alla sua logica. Per questo Fame non è soltanto un romanzo sulla povertà. È un esperimento sulla relazione fra corpo, coscienza e linguaggio. Hamsun scopre che la fame non si limita a essere raccontata: deve diventare il principio formale del racconto. La trama si spezza, la percezione oscilla, il pensiero procede per scarti, ossessioni e improvvise illuminazioni. La fame diventa una sorta di grammatica dell’alienazione moderna. Prima ancora che l’artista perda il suo posto nella società, perde la stabilità del suo io. E proprio da questa instabilità nasce una nuova letteratura: una letteratura nella quale il corpo affamato non è soltanto l’oggetto della narrazione, ma il luogo da cui la coscienza comincia a parlare.
Ivan Pozzoni
