La solitudine delle piccole cose

La conosciamo per i suoi articoli che parlano di misteri e per i suoi libri che ci regalano emozioni forti e scenari truci. Torna Sonia Filippi ma questa volta con una novità, un romanzo che non è né giallo né un thriller, piuttosto un testo che parla di amore. Si intitola “La solitudine delle piccole cose” il nuovo libro di Filippi che si è voluta cimentare in un nuovo genere. Potremmo dire che è stata promossa a pieni voti con questo nuovo romanzo e in questa nuova veste di scrittrice. Filippi, classe 10ì960, vive nella provincia veneta e fa parte del “Collettivo scrittori veneti” con il quale collabora da diverso tempo organizzando eventi e presentazioni. Proponiamo ai lettori una sua breve intervista e consigliamo vivamente la lettura del suo nuovo libro.

Questo libro inizia con una dedica, raccontaci perché hai voluto scriverlo?

Si tratta di una storia raccontatami da un amico virtuale, mi piacque molto quando me la narrò, pensai subito che avrebbe potuto diventare un romanzo, soprattutto in memoria di tutti gli amori perduti che non hanno avuto la possibilità di essere.

E come hai scelto il titolo?

Avevo tre opzioni in realtà, le ho sottoposte alla persona in questione e la scelta finale è stata sua.

Questo è un libro diverso dai tuoi soliti, com’è stata questa esperienza?

È stato bellissimo scriverlo, c’è anche molto di me in quelle pagine. Poiché come ho detto, in ognuno di noi c’è il ricordo di un amore perduto, di qualcosa che avrebbe potuto essere, ma che la vita ci ha rubato per portarci da un’altra parte. Volevo raccontare questo: il rimpianto di ciò che non è stato.

Hai incontrato difficoltà nello scriverlo?

No, affatto. Per una volta non ho dovuto far combaciare tutte le tessere come invece avviene per un giallo, se c’è una scalfittura, si avverte, stride. Qui invece proprio le crepe assumono valore e danno intensità al racconto.

E come hai creato i personaggi?

Ho tenuto fede ai reali protagonisti, cambiando parzialmente i nomi. Ci sono tuttavia dettagli assolutamente corrispondenti alla realtà. Per movimentare la narrazione poi ho creato delle figure di contorno, che assumono comunque grande importanza nella narrazione. Ciò che volevo raccontare è l’amore in molte forme e ciò resta dopo la fine.

Quanto sono importanti le relazioni interpersonali a tuo giudizio?

Fondamentali, se non hai un’impalcatura la casa non regge, così per la vita di ognuno di noi. Ciascuno lascia o toglie qualcosa, così ci plasmiamo, costruiamo noi stessi. E quando perdiamo qualcuno, in realtà non lo perdiamo affatto poiché ha contribuito nel bene e nel male a costruirci come persona. Naturalmente anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

E l’amore?

Sarebbe banale dire che l’amore muove tutto, ma è di sicuro una parte fondamentale di noi. Una delle sfaccettature di cui siamo composti. E comprende anche l’amore verso gli animali, la natura. Insomma l’amore in tutte le sue forme. Ma in primis direi quello verso sé stessi. Insieme al perdono.

Nel tuo libro si parla di occasioni perdute e poi recuperate, credi sia possibile?

Sì a volte credo sia possibile, pur tuttavia ritengo anche che se qualcosa viene perduto, ci sia un fine ultimo per cui ciò accada. Così se viene recuperato. A ogni modo ritengo che si possa ricominciare, con una buona dose di autocritica e umiltà. Fondamentali.

Quanto la malattia ci definisce?

La malattia inevitabilmente condiziona, soprattutto se è grave e invalidante. Non è affatto semplice convivere con una patologia importante. In alcuni casi però può essere un modo per vedere le cose da un’altra prospettiva, mettendo in atto risorse inaspettate.

E il luogo dove decidiamo di vivere?

Ti posso rispondere con un’esperienza personale. Più di 40 anni fa ho cambiato città e provincia, trovandomi in un altro ambiente diverso da quello in cui sono cresciuta, 20 anni dopo avrei potuto, per vicende di vita, ritornare nel mio luogo di origine. Non l’ho fatto perché sento di appartenere a questo posto. C’è il fiume, l’alzaia che lo costeggia e in certi tratti sembra davvero di essere in una foresta incantata. Ho avuto spesso l’impressione che avrei potuto scorgere delle fate tra i rami fitti degli alberi. Certi luoghi ti completano e ti trattengono perché gli appartieni.

Che messaggio vorresti arrivasse ai lettori?

Non volevo fare un romanzetto alla Harmony, uno di quei romance di cui la letteratura è piena, volevo scrivere una storia di speranza e accettazione, ma soprattutto, cosa di cui sono assolutamente convinta, volevo raccontare di chi in effetti non ci lascia mai, nemmeno quando se ne va. Perché chi ci lascia e va dall’altra parte, ha solo attraversato una porta ma ci vede, ci aspetta ed è comunque sempre con noi.

Come promuoverai questo libro?

Per il momento è tutto ancora in fieri, non ho una scaletta programmata. Sono curiosa di avere il feedback dei miei lettori, abituati a scenari truci, molto molto curiosa.

Bianca Folino