
Quello di cui mi sto accingendo a scrivere potrebbe essere archiviato, dopo uno sguardo disattento, come uno dei tanti video scandalosi, provocatori e disturbanti cui Marilyn Manson ci ha abituati in tutti questi anni. Ma per l’occhio appassionato e attento ai simboli si dispiega un cartogramma di riferimenti estremamente affascinanti e coinvolgenti; anzi, parrebbe che la superficie di una provocazione patinata altro non sia che il pretesto da parte dell’artista per concepire una stratificazione simbolica quasi ossessiva.
Nel 2007, Marilyn Manson pubblica il video di “Heart-Shaped Glasses (When the Heart Guides the Hand)”, primo singolo dell’album “Eat Me, Drink Me”. Al primo sguardo niente di nuovo, il classico manifesto del rock industriale degli anni Duemila: un’auto che sfreccia nella notte, un club dove corpi intrisi di sensualità si agitano al cospetto di una star, scene di sesso ed eccessi visivi di splatter sanguinolenti… insomma, il codice espressivo di Manson in tutto il suo spettro.
Ma se si scompone il tessuto visivo e si decodificano le immagini, emerge una fitta rete di archetipi, simboli e riferimenti che lasciano completamente spiazzati e che vanno ben oltre le dichiarazioni ufficiali dell’epoca.
L’elemento visivo centrale su cui si impernia la prima ed eclatante suggestione è il paio di occhiali rossi a forma di cuore indossati dall’allora diciannovenne Evan Rachel Wood, con cui Marilyn Manson aveva una relazione. È il gancio visivo che richiama subito Lolita, ma nasconde un malinteso divenuto icona: quegli occhiali che nell’immaginario evocano subito l’adolescente spudorata e scandalosa, la Lolita divenuta archetipo dell’immaginario maschile, non sono mai apparsi nel romanzo di Vladimir Nabokov del 1955 né nel film di Stanley Kubrick del 1962. Essi figurano esclusivamente nel celebre manifesto promozionale scattato dal fotografo Bert Stern, divenuto simbolo e rappresentazione di quel tipo di provocazione sfacciata, acerba e quasi inconsapevole e per questo irresistibile, quanto peccaminosa.

Manson raccontò che la Wood si presentò a casa sua indossando quegli occhiali per ironizzare sulle reazioni dei media alla loro storia di dominio pubblico, che costruiva indecenza sulla loro differenza di età (38 anni lui, 19 lei), presentandolo come il classico cliché della “ninfetta” e del predatore adulto che consumano la relazione trasgressiva. Manson disse a Rachel: «Se mi spezzi il cuore, ti spacco gli occhiali», e questo fa sorridere teneramente, perché Manson rivela in questa confessione quanto il personaggio demoniaco non sia altro che l’involucro, l’avatar, di un uomo che nella sua nuda essenza avverte la vulnerabilità di fronte alla bellezza disinvolta di una giovane donna che lo vuole e gli si offre. Fatto sta che l’impatto di quel fotogramma, lei con gli occhiali a cuore da Lolita, è stata l’esplosione per concepire l’intero album “Eat Me, Drink Me”.
E fin qui possiamo arrivare con una ricostruzione che fa perno sulle dichiarazioni esplicite dello stesso Manson. Ma a me non basta scalfire il primo strato della crosta perché è evidente che c’è molto altro. Di fatti, scavalcato il riferimento macroscopico a Lolita attraverso gli occhiali, quello che prende forma a livello immaginifico è di tutt’altra matrice. Il Reverendo non ha mai nascosto il suo debito artistico verso il gothic rock originario e verso i Bauhaus, al punto che quest’anno, presente io stessa al concerto di Ferrara, ha aperto con Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus in versione originale. Scrisse anche una nota di prefazione per l’autobiografia di David J, Who Killed Mr. Moonlight?, ringraziando per l’ispirazione che la loro musica ha costituito per lui da sempre.
È proprio attraverso questa lente che le immagini del video mi hanno riportato con forza quasi magnetica a Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger, 1983) di Tony Scott, come un binario diretto per i Bauhaus.

Il video si apre con l’artista che si esibisce in un club affollato dove la band suona sul palco, esattamente come i Bauhaus nella sequenza iniziale di The Hunger. Evan Rachel Wood, attraverso gli occhiali a cuore, osserva tra la folla il cantante con lo stesso atteggiamento famelico di Catherine Deneuve – anche lei in The Hunger con impassibili occhiali a goccia – la stessa postura immobile nella tensione dello scatto. La bocca glassata di un rossetto goloso e scintillante. Il viso proteso in avanti. Non è la languidezza innocente della Lolita nabokoviana: c’è qui l’attitudine della cacciatrice che sceglie e punta la propria preda preferita, pregustando il momento. Così come accadeva in The Hunger con la bellissima Catherine Deneuve che ammiccava insieme a Bowie verso una coppia di predestinati che ballavano.
Al cambio di scenario ci spostiamo nell’abitacolo dell’auto che sfreccia pericolosamente sulle strade, corpi aggrovigliati in una guida che sfida la morte, tra calze velate, minigonne di pelle e Polaroid. Un micro-mondo erotico e pulsionale, che ha sconfinato la prudenza accettabile e che culmina nelle scene del rapporto sessuale completamente intrisi nel sangue. Il fluido ematico non è mero horror, ma la materia estetica- estatica attraverso cui si celebra la fusione carnale e animica dei protagonisti del rituale. Tutti questi elementi insieme mi hanno costretta a fare una precisa associazione, il video, senza che lo si dichiari, è un altro tributo del musicista agli artisti che lo hanno ispirato, i Bauhaus… ma anche David Bowie, l’altro vampiro, insieme a Catherine Deneuve, nel film. E anche al Glam di Bowie il Reverendo ha i suoi omaggi da consegnare.

Verso la fine del video ci raggiunge un altro déjà-vu, l’auto avvolta dalle fiamme che precipita nel vuoto sul finale rievoca Thelma & Louise, ma con una valenza tragica ancora più profonda e simbolica. Il legame viscerale, seppure non carnale, tra le due protagoniste di Ridley Scott sembra della stessa specie di quello di Manson e della Wood, declinato nella fusione sessuale. Quando la realtà terrena si rivela un contenitore troppo stretto, limitante e castrante per un sentimento che si pretende assoluto, si manifesta la componente tragica intrinseca alla natura dell’amore dissolutivo: non può cioè essere asservito alla quotidianità senza venire schiacciato o svilito nella sua pretesa mistica. Di conseguenza nelle narrazioni mitiche, cinematografiche o letterarie viene risolto con l’espediente dell’implosione parossistica. Eventualità che di rado si vive – e meno male- nella realtà!
L’atto di lanciarsi nel vuoto diventa così l’unica via di fuga possibile per consentire a questo sentimento di accedere a una dimensione superiore. È l’incontro fatale tra Eros e Thanatos: per compiersi e rimanere integro, anche se in un ambito di percezione mitica, l’Eros deve necessariamente incontrare la morte, liberandosi dal vincolo soffocante della carne per farsi puro mito disincarnato. Per dirlo con le parole di Georges Bataille, l’erotismo altro non è che l’impulso della vita fin dentro la morte.
Questo quadro di lettura va però completato con un aspetto che con l’arte e la musica non ha nulla a che vedere direttamente. La narrazione dell’amore tanatologico si è drammaticamente ribaltata quindici anni dopo con le denunce contenute nel documentario Phoenix Rising (2022), in cui Evan Rachel Wood ha accusato Manson di aver trasformato quella scena di sesso simulato nel video in un abuso reale sul set.

Dal punto di vista della giustizia penale, Brian Warner (Marilyn Manson) non è mai stato condannato. Le indagini condotte dalla Procura della Contea di Los Angeles a seguito delle denunce per presunta violenza sessuale presentate dalla Wood e da altre ex partner si sono concluse all’inizio del 2025 con un’archiviazione formale, per mancanza di elementi e prove sufficienti a sostenere un’imputazione o un rinvio a giudizio.
Nel 2022 Manson aveva intentato una causa civile per diffamazione e cospirazione contro Evan Rachel Wood, sostenendo che le accuse fossero il frutto di un piano orchestrato. La Corte Superiore di Los Angeles ha tuttavia respinto e archiviato i nodi centrali della querela di Manson applicando la legge anti-SLAPP, una norma statutaria pensata per proteggere il diritto alla libertà di parola e impedire che le azioni legali vengano usate come strumento d’intimidazione contro chi denuncia. A fine 2024, Manson ha scelto di ritirare definitivamente il ricorso in appello e di abbandonare la causa per diffamazione contro la Wood, accettando di rimborsarle oltre 327.000 dollari per le spese legali sostenute dall’attrice.
Il contenzioso si chiude così senza condanne per abusi né verdetti di diffamazione, lasciando il videoclip del 2007 congelato nel suo ruolo più ambiguo: quello dell’arte e la musica come teatro del reale idealizzato. Da un lato l’ambizione poetica di inscenare il mito dell’Eros e del Thanatos; dall’altro, il documento visivo di un’epoca le cui ombre continuano a interrogare la nostra percezione su cosa in effetti si muova sotto la superficie della creazione.
Al di là del velo, salvo casi eccezionali che diventano casi giudiziari, a noi non sarà mai concesso di sapere. Per fortuna? Dipende.
Meglio conservare l’illusione o fare un bel bagno traumatico di realtà?
Per quanto si voglia forzare la mano, alla fine c’è sempre un conto da pagare. Per Manson la bellezza di 327mila dollari.
Non male, ma non benissimo.
Morena Oro
