Un tempo non si chiamava Halloween

Un’antica leggenda ormai dimenticata dai più, racconta che se si lascia la tovaglia sulla tavola dopo cena, intorno ad essa si radunano i morti e vi stanno per tutta la notte; quindi, per evitare incontri inquietanti e meglio riporla. In questo modo la saggezza dei nostri bisnonni e trisnonni suggeriva che è meglio mantenere separate le due dimensioni: quella dei vivi da quella dei defunti: questo non significa che ci dobbiamo dimenticare dei nostri cari, ma che è meglio che continuino a rimanere unicamente nei nostri cuori, perché ricordi e sentimenti fanno parte del nostro sentire privato. Solo una volta all’anno, il 2 novembre, il ricordo diventa collettivo e viene celebrato con la visita ai camposanti che si riempiono di crisantemi che, con le loro delicate tonalità, trasformano le ‘città dei morti’ in meravigliosi giardini. La scelta di questo fiore per la commemorazione dei nostri cari, non ha motivi particolari, ma è dovuta alla stagionalità, infatti, fiorisce tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, prima che l’inverno addormenti del tutto la natura.

Qual è invece l’origine di questa ricorrenza?

Andando molto a ritroso nel tempo si scopre che il 1° novembre, naturale spartiacque fra un anno agricolo e l’altro, segnava l’inizio di un’importantissima festa celtica. I Celti celebravano infatti il loro Capodanno e i festeggiamenti continuavano per ben dieci giorni. Durante la notte compresa tra l’1 e il 2 novembre, detta di Samain, i cimiteri, illuminati da una miriade di lumi e riempiti di fiori, si trasformavano in luoghi dove i vivi si mescolavano coi morti. Si scoperchiavano le tombe, si dipingevano i teschi custoditi nell’ossario e i crani, onorati e venerati dai parenti, profetavano a beneficio dei vivi irradiando su di loro energie positive. Durante quelle notti si suonava, si cantava, si stava insieme e, in tal modo, il dolore della perdita, recente o passata, veniva mitigato.

La festa di Samain proseguÏ sino a quando Alcuino, consigliere di Carlo Magno, la trasformò nella ricorrenza cristiana di Ognissanti, con soppressione delle veglie notturne,

Che cosa è rimasto oggi di quegli antichi riti?

In Irlanda e, di conseguenza, negli Stati Uniti, la notte di Samain si è trasformata in quella di Halloween, una festa durante la quale bambini e ragazzi si mascherano da fantasmi o da scheletri, indossando taluni delle zucche svuotate e intagliate a simulare un viso ghignante; poi girano di casa in casa dicendo: “Dolcetto o scherzetto”.

Ma ci sono luoghi dove le antiche tradizioni non sono del tutto sparite. Per esempio, a Venezia, dopo la processione per le ‘Pore anime’ c’è ancora qualcheduno che si chiude in casa per evitare di incontrare il fantasma di qualche parente. In Sicilia, invece, certuni credono ancora che i morti escano dalle sepolture, entrino nelle città e si radunino là dove c’è un convento, e poi vadano per le case a portare doni ai bambini. Nel messinese, tra l’altro, le mamme consigliano ai figlioletti di lasciare un bicchiere d’acqua sul tavolo perché i morti hanno sete, e se il mattino seguente il bicchiere è vuoto, significa che sono venuti e hanno portato dei regali che hanno nascosto per la casa; mentre se il bicchiere è ancora colmo, significa che i bambini sono stati disobbedienti. Insomma nell’isola, i morti sono i sostituti del nostro Babbo Natale.

A ben vedere, in questo arido mondo moderno in cui leggende e fantasia sono state messe al bando, questi antichi riti celtici e cristiani che si mischiano, suggeriscono che il tempo e la tecnologia possono sĂŹ affievolire le antiche credenze, ma mai cancellarle del tutto.

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Luciana Benotto