XXXVII

Un’immagine forte per una storia forte. E’ quella scelta da Luigi Laffranchi per il suo romanzo “XXXVII” che vogliamo presentare in questa intervista. Laffranchi, classe 1975, è nato a Pavia ma vive in provincia di Varese e lavora in Svizzera per una ditta che si occupa di sistemi di sicurezza. Attualmente però sta coltivando alcune passioni che lo impegnano non poco, prima fra tutti lo studio tanto che si è iscritto all’Università e sta sostenendo alcuni esami. E poi c’è la musica che accompagna non solo la sua scrittura, ma la sua intera vita. Laffranchi è sposato e ha due figli e ha scelto di raccontare una storia tutta la femminile, a partire dalla voce narrante.

Ci racconti qualcosa di te?

Con piacere! Innanzi tutto, desidero partire da lontano, ovvero dai luoghi della infanzia e giovinezza, i posti che mi hanno visto crescere: la provicia di Pavia; La lomellina e le sue risaie, le spighe d’oro bruciate dall’afa estiva, le barbe delle pannocchie di mais, gli inverni con la neve pestata nei boschi di robinia, i filari della bonarda e del resling che maturavano nelle colline, separate dalla “mia” pianura dal grande fiume che dal Monviso arriva a sfociare nel mare, sono stati lo sfondo dei passi e dei pensieri del giovane Luigi Laffranchi. Sono molto legato alla mia terra di origine, sebbene nutro per essa una forma di amore e odio che mi accompagnerà sicuramente per tutta la mia vita terrena. Credo che il mio “stile” di scrittura sia molto influenzato dai ricordi dalle sensazioni che un adolescente provava immerso in società rurale e agricola, così lontana, ma allo stesso tempo così vicina, a quello che poteva essere considerato il motore industriale ed economico di quell’Italia degli anni ottanta e novanta. Il tempo mi ha portato a specializzarmi in una professione che piano piano mi ha portato ad allontanarmi dal mio territorio, fino ad approdare, da circa una dozzina d’anni, in territorio svizzero, paese nel quale, presso un’azienda nel settore di progettazione e posa di impianti di sicurezza (rilevazione incendio, antintrusione, videosorveglanza, ecc..) opero in qualità di tecnico progettista. Ho una passione sfrenata per la musica, prevalentemente rock, hard-rock e metal, infatti strimpello chitarra e basso elettrico. Adoro praticare sport; ho partecipato a diverse maratone e mezze maratone in ambito italiano ed europeo, ho praticato alpinismo, raggiungendo numerose vette alpine e, sebbene madre natura non mi abbia dotato del tocco di palla del regista, della freddezza sotto porta del centravanti o ancor meno del senso di posizione del difensore di ruolo, amo giocare a calcio. Ma il “lavoro” più difficile in assoluto da svolgere è quello del papà. Prima che lo diventassi con Arianna e Andrea, rispettivamente di 15 e 11 anni, credevo che il genitore fosse una figura che dovesse solo “insegnare, educare”, invece mi ritrovo a cinquant’anni suonati, sempre più convinto che spesso sono io che grazie a loro, ho l’opportunità di conoscere dettagli, aspetti, pensieri ed emozioni nuove.

Come hai scelto il titolo del tuo libro?

Tutto nacque col primo capitolo, parte scritta di getto, d’impulso, come spesso mi accade. Ancora non avevo ben chiara la storia, infatti i personaggi di Sovaj, Rhys, Marika e Suor Fajta, non erano ancora presenti nei miei pensieri e nelle parole che nei mesi successivi avrebbero riempito lo schermo del mio PC. Ho inserito un personaggio frutto della mia fantasia, Cornelio Pio, in un contesto storico realmente accaduto.

Parliamo della decapitazione di quello che verrà considerato l’antipapa Felice II a Ceri (attuale Cerverteri) nel 365 d.c., per caso mi imbattei in un numero: 37, ovvero, Felice II fu il trentesettesimo papa eletto, legando le vicende del suo martirio al numero XXXVII, ho iniziato a cercare dei fatti storici, curiosità o simboli legati a questo numero, a quel punto mi è sembrato quasi naturale intitolare il romanzo così.

La voce narrate è femminile, come ti sei trovato nei panni di una donna?

Non so spiegarmelo, ma anche nel primo romanzo, dal titolo “Il santino diviso”, la protagonista principale era una donna: “Marta”. Credo che l’universo femminile, possegga meno confini. Per tentare di valorizzare questa tesi, vorrei riportare due esempi: sono un appassionato lettore di fumetti ed in particolare di Dylan Dog: chi conosce i suoi albi e lui come personaggio, è consapevole che non può esserci un’avventura senza la presenza dell’elemento femminile, essa spesso rappresenta la figura eclettica, più aperta e disponibile a visioni e realtà o finte tali e più lontana dallo stereotipo pragmatico e meno fantasioso del personaggio maschile. L’altro esempio è legato ad un cantautore che non solo adoro, ma che è, è stato e sarà, la colonna sonora dei miei momenti: Vasco. Prendo in esame il testo considerato un capolavoro della poesia in note della musica: Sally. Vasco ha raccontato più volte che il personaggio di Sally, è la descrizione di un momento visto dalla sua parte più sensibile o “femminile”. È indubbio, che anche io trovo meno difficoltà a descrivere le mie storie, soprattutto quando esse espongono racconti estremamente intimi ed emotivi, come nel caso di XXXVII, con gli occhi dell’animo “femminile” che alberga in me.

Cosa ti ha ispirato la scrittura di questa storia?

La storia di Sovaj era presente già da qualche tempo nella mia mente, deflagrata grazie a uno di quei petardi che ogni tanto esplodono nella mia fantasia, ma tutto il racconto e ciò che i protagonisti avrebbero dovuto vivere, possedeva ancora dei contorni poco precisi, non ero ancora riuscito a mettere a fuoco quello che volevo comunicare. I tasselli del puzzle acquisirono un ordine pressoché cronologico, dando così un senso alla trama, durante un tributo musicale dedicato ai Mötley Crüe in compagnia del mio migliore amico Francesco, organizzato in una birreria in riva al fiume che taglia le campagne che mi hanno visto crescere (il Ticino); non a caso, una parte importante del romanzo è ambientato in un locale che si affaccia ad un corso d’acqua. Le note di Shout at the Devil, durante i pochi minuti dell’esibizione, hanno fatto da colonna sonora alle mie idee; gli eccessi di Rhys, Marika e ovviamente di Sovaj, sono rimbombati nella mia testa, come se fossero stati dei power chords di chitarra distorti, le loro paure erano giri di basso, la speranza di raggiungere l’irraggiungibile erano colpi violenti alla grancassa.

L’esigenza di inserire una figura ponte tra i vari personaggi che animano il romanzo “XXXVII”, nacque in un secondo momento durante una breve vacanza nelle montagne che hanno visto nascere e crescere mio papà, l’Adamello e la Valle Camonica dando origine al personaggio di Suor Fajta: il nome di questo personaggio, infatti deriva da una baita ubicata sul Passo del Tonale.

E come hai costruito i tuoi personaggi?

Beh… di Sovaj, Marika,Rhjs e Suor Fajta e del loro modo di presentarsi nei miei pensieri ne ho già parlato, quindi vorrei focalizzarmi sull’altro personaggio attorno a cui ruota tutta la narrazione: Logan.

Logan è un front-man di una band metal, che pare perseguitato da quella che è una maledizione. Agli occhi di Sovaj, lui è il poster appeso nella parete della camera della sua adolescenza, è colui che a suoi occhi rappresenta l’indipendenza, è la voglia e l’esigenza, i desideri, di strappare i fili che la tengono aggrappata ad una realtà che con le sue regole lei trova asfissiante. Ad un tratto, la notizia della morte del cantante irrompe nella vita di Sovaj e gli argini della sua “precaria stabilità” cedono e il fiume anarchico e senza regole della donna, sommerge chiunque tenta di “riportarla nei binari di una ragione” che lei né accetta, né condivide. La rock star è il fulcro della storia, sebbene nel libro, rimanga un personaggio senza voce diretta. Logan, ho voluto rappresentarlo come una persona disposta a sacrificare tutto sè stesso, sull’altare del successo e della fama, insofferente al mondo e alle sue sofferenze. Ma sarà veramente questa la sua personalità? Emergerà un Logan diverso? Verrà rivalutata la sua immagine? Beh… questo lo si capirà nelle circa 240 pagine che compongono XXXVII. Un piccolo aneddoto: se per Rhys, mi sono ispirato al volto ed al fascino di Vince Neil (cantante dei Motley Crue), per Logan, il volto e le fattezze, sono quelle di Lemmy, l’iconico e magnifico front-man, cantante e bassista dei Mothoread.

Che significato hanno per te le relazioni personali?

Sono un “animale” sociale, sebbene in alcuni brevi momenti ho la necessità di isolarmi dal resto del mondo, per tentare di trovare delle risposte a domande a cui spesso non esiste spiegazione, per trovare nuovi quesiti, o per far deflagrare qualche petardo della mia fantasia che è lì pronto ad accendersi, non riuscirei a restare distante da chi mi supporta (o per meglio dire, mi sopporta). In ambito “letterario” ad esempio, non riuscirei a produrre nulla, senza le sedute analitiche di fronte ad una birra e a qualche basso che accompagna una grancassa e i piatti di una batteria, da una chitarra distorta e dalle parole gridate allo stomaco da una band, in compagnia del mio migliore amico (fratello oserei dire) Francesco, delle mie disquisizioni con Valeria la domenica mattina al Bar Vanilla e con Raffy e tutta la sua infinita fiducia nei miei confronti. Non per ultimo, con la mia correttrice di bozze: Janis (la migliore che avrei potuto incontrare), non sapete quante tirate d’orecchie virtuali é riuscita a tirarmi! Senza loro, io non sarei nessuno. Non avrei avuto il coraggio di abbattere il muro della mia timidezza e tutte le parole che scrivo (comprese queste) non esisterebbero. Amo la compagnia, amo la solarità, ma anche il nostro astro più importante, ogni tanto, non spesso, si nasconde dietro la luna e si ecclissa.

E la famiglia?

Sono in debito con loro! Ovviamente il tempo sottratto ai miei figli per questa mia passione mi pesa, ma so che se non scrivessi starei peggio, perché riversare i miei pensieri in parole é un’esigenza e non una passione o un vezzo. Amo ad ogni modo, condividere le mie passioni con mia figlia Arianna, che ha una capacità di scrittura veramente eccezionale, ed il mio grandissimo piccolo Andrea, il quale possiede invece l’innato dono di trasferire attraverso un ponte invisibile la sua fantasia alle sue dita, esprimendo con matite, pennelli e colori le sue storie.

Quanto ci facciamo condizionare da ciò che ci circonda?

Perfino gli angoli più remoti del nostro pianeta, come le vette dell’Himalaya o le profondità degli oceani, non sono immuni alle evoluzioni del nostro ecositema e, magari anche solo impercettibilmente, subiscono modifiche nelle loro appendici o nelle loro gelide oscurità; figuriamoci se noi, intesi come realtà sociale o come singolo individuo, riusciremmo ad essere impermeabili ad ogni minimo evento. La poesia e la filosofia non sono forse alla continua ricerca di dare un senso alle sensazioni? E come potrebbero esistere i sentimenti, le emozioni, le delusioni, gli amori, le passioni se non con una “contaminazione” di tutti questi elementi in una forma di condivisione sociale? Il vero problema è riuscire a non scivolare nel conformismo, è questo uno delle difficoltà maggiori. Il bombardamento di immagini alle quali siamo sottoposti in questo momento storico, non è paragonabile in alcun modo a nessuna epoca. Se è innegabile che ogni uomo si possa considerare un’isola diversa da ogni altra, facente parte di uno sterminato oceano, è altrettanto indiscutibile che la società spinge a far sì che l’individualità di ognuno di noi, assomigli, per comportamento, costume, immagine ad uno stereotipo comune. Nessuno è immune, io compreso. Quale potrebbe essere un antidoto? La ricerca della “bellezza” di ciò che ci circonda e lasciarci stupire da quegli elementi che spesso rimangono inosservati: una camminata in riva ad un fiume, il giorno che nasce e che entra dal vetro di una finestra, seguire con lo sguardo il sole che pian piano si addormenta nel catino di Poseidone, il volto di una persona che ami, la consapevolezza che la tua solitudine è la voglia di conoscersi e capirsi. Senza tutto ciò che di bello e ahimè di brutto ci circonda, l’uomo non si sarebbe evoluto, non avrebbe scritto odi, liriche e componimenti, non avrebbe compiuto genocidi, olocausti e tragedie.

A tuo parere quanto è importante conoscere sé stessi?

Guardarsi allo specchio e non riconoscersi! Credere di possedere dei punti fermi, dei granitici valori, che a volte franano sotto il peso delle proprie debolezze. Quante volte mi sono chiesto: chi sono io? Io che respiro la quotidianità, come qualsiasi uomo comune e che mi pongo domande su me stesso, alla ricerca di qualche risposta alla domanda per ha disturbato il sonno a tutti i più grandi filosofi della storia. Sono convinto che esistano più metodi per contemplar sé stessi e questi modi si possono suddividere in due macrocategorie principali: la scoperta della propria personalità attraverso le relazioni sociali o quella in cui si é avvolti dal solo e unico proprio battito. Desidero formulare una riflessione sulla seconda tipologia. Vi è un luogo nel quale i concetti diventano quieti, badate bene ho detto quieti non muti: questo posto è la montagna. Ogni passo che ci avvicina alla vetta è diverso da quello precedente e da quello che verrà, infatti, se dalla valle e fino ad arrivare ai dolci sentieri che si sviluppano tra prati e malghe, si ha il privilegio di poter procedere mostrando il proprio donchisiottesco passo, nel momento in cui il rampone tenta di scalfire il manto croccante di un ghiacciaio perenne, la picozza diviene il prolungamento del tuo arto che affonda la lama nella neve gelata o il chiodo è l’unico elemento che divide il tuo corpo tra la casa di Osiride da quella di Anubi, lì, proprio in quei momenti, ho avuto la possibilità di comprender me stesso, i miei limiti, le mie paure, le mie forze. Solo in talune circostanze, un uomo può assaggiare la propria voglia di sacrificarsi per scoprire qualcosa di proprio, anche solo un sentimento nuovo. Accettare la sconfitta, come è successo a me sulla vetta del Monviso ad esempio, è da considerarsi un’esperienza educativa, questo grazie alla consapevolezza di essere fallibili. Lo sport, lo studio, anche quello musicale, e le sfide in genere, sono la mia palestra per accogliere e comprendere me stesso.

E volersi bene?

Qui si sfonda una porta aperta. Credo che un sano ed equilibrato egoismo, sia la medicina per riuscire a relazionarsi al meglio con chi ti sta accanto. Ogni tanto mi faccio qualche piccolo regalo: un concerto, magari vissuto con la mia principessa metal Arianna, una partita di hockey, in compagnia del mio supereroe Andrea, un viaggio alla ricerca di qualche gioiello dell’età tardo-antica o medioevale, una serata a teatro, un giro sulla mia amatissima e scorbutica inglesina a due ruote, un brano suonato con la mia chitarra o il mio basso (rigorosamente Ibanez): ecco quelli che sono i miei modi per volermi bene. Aver cura di me, praticare sport, per poi non avere un rimorso troppo accentuato, a causa di qualche cena con amici, coscritti o compagnie con cui vivo i miei bei momenti a tavola, sono anch’esse piccole, piccolissime gocce di serenità.

Quanto la tua passione per la musica ha influenzato questo romanzo?

Non solo il romanzo, ma tutta la mia esistenza ha una colonna sonora per ogni ricordo. La musica ha la capacità di essere presente anche quando non c’è. Mi spiego meglio. Se dovessi pensare ad un brano che mi ha accompagnato nella stesura di questa mia opera (XXXVII) è sicuramente Love me forever dei Motörhead. Questo non vuol dire che il brano era diffuso per tutto il tempo della scrittura, ma che le corde dell’anima che questa canzone ha la capacità di amplificare in me, si sono riflesse nelle mie parole.

E che messaggio vorresti arrivasse al lettore?

La prenderò alla larga, d’altronde il dono della sintesi non è contemplato nelle mie caratteristiche.

Sebbene abbia un’attrazione quasi poetica per la montagna e le sue cime da scalare, come ho già detto precedentemente, amo visceralmente il mare e le sue contraddizioni: un moto perpetuo che sposta infinite particelle, rimanendo però sempre lo stesso nello sfondo dei bagnanti, come per i marinai che solcano gli oceani. Ho un buon rapporto con l’acqua, riesco a rimanere delle mezz’ore a galleggiare dentro l’elemento dal quale è nata Venere, ma vi è un momento che mi inquieta e, pur sapendo che è una mia debolezza, ogni volta voglio provare quella strana sensazione. Quando mi “immergo” (lo scrivo virgolettato perché non farei mai il sub) parte un countdown di dieci secondi… 10, 9, 8…7, 6, 5…4, 3…2,…devo salire! La mia salvezza so che è a pochi decimetri dalla mia bocca, ma non importa, devo fagocitare l’aria e i miei occhi devono aprirsi al cielo. Ecco cosa prova Sovaj! Mentre scrivevo e raccontavo la sua storia, mi immaginavo quei secondi di buio col mio corpo avvolto dall’acqua, un ambiente che non offre vita all’uomo, ma che regala tanta poesia. Sovaj, in alcuni momenti sa che la salvezza è a pochi centimetri, la vede la tocca; altre volte invece sembra destinata a non risalire e a rimanere al buio per l’eternità. Mi piacerebbe che al lettore, seguendo la narrazione di XXXVII resti questa sensazione di apnea, sapendo comunque che per Sovaj la boccata d’aria arriverà sempre… o forse no.

Bianca Folino