
L’idea di dare vita, qualche settimana fa, a “Storie dentro la musica” mi è venuta guardando i video di Raphael Weinroth-Browne, lo voglio confessare. Questa premessa è necessaria perché temo mi troverò spesso a scrivere di questo artista che mi ha letteralmente impressionata, sia per le capacità tecniche, sia per l’attitudine volitiva di essere un corpo estraneo rispetto all’impostazione classica dei suoi studi e quindi rischiare in prima persona, uscendo dall’ambiente concertistico e seguendo il suo istinto passionale di fondere la tecnica con un suo metodo personale – quello di usare lo strumento come suo prolungamento fisico – e mischiare tutto con il prog e il metal, in una cassa di risonanza esorbitante quale può essere la metafisica applicata alla musica.
Tutto l’apparato visivo di questo incredibile violoncellista e compositore canadese sollecita costantemente il confronto intimo e personale con l’invisibile fuori e quello dentro, in risonanza con i luoghi e gli ambienti che sceglie per i suoi video. Quindi boschi infiammati dall’autunno, nature dai colori caldi e malinconici, oppure baracche isolate in mezzo alla neve, con il respiro che crea nuvole di vapore come un pentagramma, e soprattutto luoghi sacri come abbazie abbandonate, sconsacrate, ruderi antichi che evocano una spiritualità ancestrale e immanente, proprio perché sceglie edifici dove il fuoco, il tempo, la guerra o la rovina hanno cancellato il monopolio dogmatico della religione da quelle pietre e vi rimane solo il rapporto privatissimo e segreto dell’uomo Raphael con la propria idea di trascendenza, spiritualità, rapporto con il Sé.
Nel video ufficiale di “Tumult”, brano tratto dall’album solista “Worlds Within”, Raphael Weinroth-Browne sceglie lo spazio navale e solenne di una chiesa per mettere in scena il proprio conflitto interiore, una declinazione leggermente differente rispetto a quella che ha esaminato in “Ophidian”. Non si tratta di una scelta scenografica casuale poiché la chiesa rappresenta il vero minimo comune denominatore nell’estetica di Raphael, la soglia simbolica dove il profano incontra il sacro, e dove il limite della carne tenta di superarsi per farsi eterno, o quantomeno c’è la frizione estatica dell’anima contro il concetto di sublime cui anela come fosse un’urgenza simile a un languore cronico.
Nelle produzioni visive e nella poetica di Weinroth-Browne, che spazia tra neofolk, gothic rock, musica classica e metal nordico, lo spazio sacro ritorna costantemente come perno concettuale. La chiesa deserta non è qui luogo di dogma o di liturgia ortodossa, bensì spazio catartico di risonanza.
L’idea di collocare TUMULT, la tempesta emotiva, la tensione animica, la dissonanza interiore all’interno di un luogo dove si va a cercare la pace e il raccoglimento crea una destabilizzazione simbolica. La preghiera si fa grido, il legno dello strumento si fa corpo e reliquia. Ma questo sfalsamento dura solo un momento. La chiesa non ha copertura, è a cielo aperto. Non vi sono vetrate, né navate, né file di banchi. Vi sono solo muri lapidari e stolidi che resistono al tempo, parlano di un Dio che non necessita di essere oggetto di venerazione dentro a strutture chiuse e predefinite. La storia dentro questo video riguarda proprio la chiesa dove il video è stato girato e ambientato.
La sessione dal vivo di “Tumult” è stata girata all’interno dello scheletro sventrato della St. Raphael’s Roman Catholic Church, conosciuta storicamente come St. Raphael’s Ruins, situata a South Glengarry, nella contea di Stormont, Dundas e Glengarry (Ontario, Canada). Fondata sotto la guida di Alexander Macdonell, primo vescovo dell’Ontario, la chiesa fu una delle prime parrocchie cattoliche dell’Ontario superiore. Realizzata in pietra massiccia secondo uno stile neoclassico imponente, divenne il cuore spirituale e sociale della comunità scozzese-gaelica della regione.
Il 14 settembre 1970, un incendio rovinoso divampò all’interno della struttura. Il fuoco distrusse completamente il tetto in legno, gli interni campestri, le vetrate e la torre campanaria, lasciando in piedi soltanto le imponenti mura perimetrali in pietra e gli archi delle finestre.
Anziché demolire i resti, la comunità locale consolidò la muratura per evitare il crollo. Nel 1999 il sito è stato dichiarato National Historic Site of Canada. Oggi si presenta come una cattedrale a cielo aperto, priva di copertura, dove l’erba cresce sul pavimento e la luce naturale filtra liberamente attraverso gli archi sventrati. La regia di Jonathan Lorange sfrutta questa spazialità per creare un contrasto visivo costante. L’assenza del soffitto trasforma il luogo in uno spazio di sospensione, dove l’eco del violoncello di Raphael si disperde direttamente verso l’alto ma anche rotolando sulle pietre e danzando con la ballerina che crea coreografie eteree con un velo bianco muovendosi intorno a lui e nell’abside. Le pareti annerite dal fuoco e consumate da oltre cinquant’anni di intemperie agiscono come un fondale materico che sembra radicare le sensazioni a terra, appesantirle più che liberarle.
Nelle riprese dall’alto, oltre le mura scoperchiate della chiesa, la camera rivela il tessuto storico circostante svelando il cimitero di St. Raphael, consacrato agli inizi dell’Ottocento e persino antecedente alla grande struttura in pietra. Sotto le bianche pietre tombali riposano i pionieri scozzesi che colonizzarono queste terre rudi. La presenza di questo perimetro di tombe non fa che amplificare la portata metafisica del video: la danza di Heather e il violoncello di Raphael non risuonano solo nel vuoto di un’architettura ferita, ma si elevano sopra una vera e propria necropoli, trasformando la rovina in un ponte naturale tra il regno dei vivi e il silenzio dei morti.
C’è inoltre un dettaglio che travalica la coincidenza e sfiora la sincronicità junghiana: il fatto che Raphael Weinroth-Browne abbia scelto proprio le rovine di St. Raphael per dare corpo, respiro e anima al suo TUMULT.

L’etimologia ebraica del nome Rəpāʾēl significa letteralmente “Dio guarisce” o “Medicina di Dio”. Nel mito giudeo-cristiano, l’Arcangelo Raffaele è la figura che guida nell’Abisso, che accompagna i viandanti nell’oscurità e sana le ferite della vista e dell’anima.
Vedere Raphael seduto al centro di una chiesa consacrata al suo stesso nome crea una risonanza quasi spettrale, carismatica che toglie il respiro.
Non è il santo a guarire il tempio, e non è il tempio a salvare il musicista. La chiesa di St. Raphael porta addosso le cicatrici dell’incendio così come ogni essere umano ha le proprie bruciature, cicatrici e spesso, continua la propria vita pur essendo una rovina sopravvissuta al fuoco devastatore. E resta in piedi, scoperchiato, sventrato dell’essenziale, ma per questo i suoi muri appaiono ancora più tremendi, vulcanizzati. Il fuoco li ha battezzati.
L’artista Raphael esprime attraverso il violoncello l’incendio della sua febbre creativa che ha matrice mistica, lui lo rivendica più volte asserendo di essere un tramite di una Forza che si esprime attraverso di lui e la risonanza del suo strumento. Così Raphael non suona in una chiesa, ma va alla ricerca della propria architettura ferita, usando la musica non per restaurare ciò che è andato bruciato ma per celebrare la sacralità di ciò che è sopravvissuto alla cenere.
Nel video di “Tumult” la presenza di Heather Sita Black, la ballerina che riempie lo spazio traducendo la tensione astratta del violoncello in una dimensione carnale, visibile e spaziale, è fondamentale per dare dinamismo, pathos e magnetismo alle immagini. Il movimento di Heather Sita Black non si sviluppa per linee continue o fluide. Al contrario, lavora su scatti, contorsioni del busto e rigidità improvvise, che spesso contrastano con una velocità sincopata la lentezza della musica. La coreografia diventa una traduzione visibile degli impulsi dell’archetto sulle corde del violoncello: i pizzicati percussivi, le marcature ad arco spezzato e i cambi di dinamica rapidi. La danzatrice interagisce fisicamente con le rovine di St. Raphael’s.

Vestita di un bianco candido, fa volteggiare un velo anch’esso bianco come fosse una farfalla che sussulta dentro un temporale. La pietra grezza e consumata dalle intemperie cessa di essere uno sfondo inerte e diventa un limite con cui scontrarsi o a cui aggrapparsi. Il corpo si contrappone alla gravità e alla monumentalità delle mura perimetrali, mettendo in evidenza la propria fragilità. Le braccia e le mani compiono movimenti che ricordano antichi rituali o manifestazioni di trance emotiva. Si passa da gesti di chiusura difensiva, braccia serrate al petto, testa china, a riaperture improvvise verso l’alto, dirette verso la parte scoperta del soffitto sventrato. Ma le immagini sulle quali si punta di più, sono le trasparenze, le sembianze bellissime della ragazza che trapelano dal velo che la avviluppa, intridendo tutto di struggente malinconia. La lotta interiore che dobbiamo costantemente intraprendere con i nostri veli per riuscire a vedere nitidamente e poterci liberare di tutto quello che ci opprime e ci impedisce di muoverci con armonia e leggerezza.
Il velo dunque nel video è un dispositivo simbolico ed esoterico potentissimo. Non è semplicemente un accessorio ma la materializzazione visibile del confine: la soglia tra il visibile e l’invisibile, tra la forma e il caos, tra la carne e lo spirito.
Il fatto che il velo sia trasparente indica che la verità non è nascosta dietro una parete granitica, ma è sempre lì, a vista, eppure filtrata. Impalpabile e fluttuante. Inafferrabile. Heather non si limita a indossarlo, lo tende, lo avvolge attorno al viso, lo lascia volare via o lo strappa al vento della navata. Ogni movimento con il tessuto è un tentativo di squarciare la membrana che separa l’uomo dal sacro, il conscio dall’inconscio, la verità dall’illusione.

Nello spazio di una chiesa bruciata nel 1970 — un luogo che ha conosciuto la morte del fuoco — il velo trasparente assume anche un doppio valore liturgico: è sia Sudario che Metamorfosi.
Se il violoncello di Raphael Weinroth-Browne crea un’architettura di suono invisibile, il velo trasparente è ciò che permette al vento e alle vibrazioni dell’aria di prendere corpo.
Le riprese del video sono interamente in bianco e nero, col risultato di contrasti suggestivi e taglienti che animano incredibilmente il gioco materico in atto: le mura stolide, oscure, dove le fenditure alte delle finestre lasciano entrare la visione del paesaggio esterno, delle lapidi e la luce, e il movimento delle mani di Raphael, che impugnano l’archetto, pizzicano le corde, battono sul ponte del violoncello e il corpo turbinante di bianco che rappresenta le convulsioni dell’anima costretta agli spasmi dell’esperienza della vita.
Siamo tutti qui per questo, in tumulto. Per vivere. Lottando con i nostri veli.
Morena Oro
