Per Charles Bukowski la concezione dell’arte e quella della vita sono un tutt’uno inscindibile, una trama complessa in cui la memoria veste i panni del sovrano assoluto. L’atto del ricordare non rappresenta una sterile tentazione nostalgica, né un semplice archivio di ricordi passati, ma costituisce una vera e propria strategia di resistenza e uno scudo fondamentale nei confronti dell’omologazione sociale.

Nella moderna società americana, costantemente proiettata verso la mitizzazione dell’American Dream e dominata dai meccanismi alienanti della cultura di massa, l’individuo corre il costante pericolo di vedere cancellata la sua identità e la sua voce narrativa. Qui si inserisce la viscerale necessità autobiografica bukowskiana: opporre la verità della avventura artistica personale ai tentativi delle autorità e del sistema istituzionale di resettare i valori individuali, sostituendoli con gli ideali e la morale preconfezionata del cittadino medio.

In questa prospettiva, la memoria bukowskiana lavora lungo due direttrici chiave. Da un lato agisce come straordinario strumento di conservazione dell’identità: di fronte alla tendenza oppressiva della vita moderna a frantumare l’io e a condizionare ogni scelta, fissare i ricordi e le proprie memorie sulla carta equivale a difendere la propria singolarità. La macchina da scrivere si trasforma, così, nel moderno simbolo della resistenza dell’artista, una sorta di vero e proprio termostato esistenziale e uno strumento indispensabile a calmarsi, a intrattenersi e, in ultima analisi, a salvarsi il culo dal manicomio, dalla strada e dall’insensatezza della routine ordinaria. Dall’altro lato, la memoria svolge un’insostituibile funzione di catarsi e rimozione del dolore. Trasfigurare la disperazione, la disillusione e la sofferenza nella materia della pagina scritta permette di immobilizzare la rabbia e di esorcizzare le proprie ferite interne. La scrittura permette di far sbollire il malessere e di smaltire i residui tossici della disfatta sociale, restituendo all’artista la vitalità necessaria ad andare avanti.

Questa memoria autentica e viscerale si riflette inevitabilmente nella poetica e nei temi dell’autore. Bukowski non dimentica mai la sua originaria condizione di emarginato e di deviante; al contrario, fa di questa consapevolezza la bussola della sua narrazione. Rifiutando con decisione il conformismo, le leggi, la morale e il desiderio di farsi plasmare dalle regole sociali, l’autore manifesta una spontanea avversione per gli uomini rasati, in cravatta e con un buon lavoro. Il suo interesse e la sua fratellanza vanno interamente agli ultimi, ai disperati, agli scoppiati e ai vinti, individui pieni di sorprese con cui condivide lo stesso senso di smarrimento. Attraverso il valore liberatorio della memoria, Bukowski riesce così a superare i suoi insuccessi senza mai tradire né dimenticare la realtà degli sconfitti.
Ivan Pozzoni
