Quando i Duran Duran giunsero in Sri Lanka

Quarantaquattro anni fa, quando uscì il video di “Save a Prayer” dei Duran Duran ed eravamo all’inizio degli anni Ottanta e della vera svolta dell’uso del videoclip in ambito musicale, prima dell’affermazione globale di MTV o dell’avvento di Videomusic, ero poco più che una bambina e non potevo avere idea che a distanza di decenni mi sarei trovata a scrivere di quelle suggestioni infantili con lo sguardo retrospettivo di un’artenauta archeologa! Quello che in quegli anni non si poteva ancora capire era forse quanto l’impatto estetico applicato alla scienza del videoclip avrebbe cambiato il modo di fruire la musica da lì in avanti. I Duran Duran furono forse fra i primi a scommettere sul potere del videoclip, avventurandosi in produzioni ambiziose come la serie di video che girarono per l’album “Rio”, tra cui appunto il clip di “Save a Prayer”.
Quando nel 1982 la band sbarcò in Sri Lanka, a poco più di trent’anni dalla caduta del Raj britannico e dal definitivo ammainamento della bandiera inglese nel subcontinente, il Regno Unito tornò a occupare l’Oriente sotto le mentite spoglie di cinque ragazzi di Birmingham dai volti efebici: corpi esili, palpebre truccate e labbra lucide di gloss, capigliature acconciate e tinte di rosso, viola o biondo platinato, abiti in seta e lino disegnati da sartorie underground. La nuova avanguardia dell’Impero non rispondeva ai comandi della Corona britannica, ma a quelli di un’altra invasione: l’onda della new wave inglese che avrebbe reso il pop il genere dominante per un intero decennio, fino a quando l’esplosione del grunge nei primi anni Novanta non ne avrebbe riscritto le regole.

Immagine tratta dal sito duranduran.com

I Duran Duran girarono i clip promozionali del secondo album, “Rio”, nello Sri Lanka curati e diretti dal regista Russell Mulcahy nell’aprile del 1982. Quella che doveva essere una semplice trasferta promozionale si trasformò però in un nuovo paradigma visivo: la colonizzazione estetica e l’invenzione, del tutto involontaria, del turismo da videoclip.Il Vecchio Impero britannico estraeva spezie, tè, minerali e seta, la New Romantic Invasion colonizzava un immaginario esotico dove la linea sottile fra sacro e profano passava fra un filo di rossetto e una linea nera di kajal.
All’inizio degli anni ’80, la Gran Bretagna di Margaret Thatcher viveva una fase di profonda e difficile ristrutturazione industriale. Le città manifatturiere erano in recessione, i giovani musicisti cresciuti tra le macerie del dopoguerra e i club sotterranei di Londra e Birmingham compresero prima di chiunque altro che la semplice musica non bastava più, doveva incarnare universi nuovi e più desiderabili.
Naturalmente i Duran Duran e Russell Mulcahy non avevano nessuna strategia coloniale o sociologica in testa. Erano giovani musicisti poco più che ventenni e un regista visionario con l’occhio per la pellicola e l’azione, disponevano di un budget importante da investire in promozione video e la voglia di creare immagini suggestive, sensuali e d’impatto, che parlassero un nuovo linguaggio.
La mente dietro la scelta stilistica e visiva bisogna però dirlo chiaramente apparteneva al regista australiano Russell Mulcahy proveniente dal cinema d’azione e dai videoclip ad alto budget.
Mulcahy propose lo Sri Lanka, dopo aver scartato l’Australia. Girarono così tre video “Save a Prayer”, “Hungry Like the Wolf” e “Lonely in Your Nightmare”, riuscendo ad ottimizzare in un unico scenario ambientazioni selvagge e affascinanti e costi di produzione.

I Duran Duran all’epoca di “Save a Prayer” avevano già abbandonato il tipico abbigliamento New Romantic del primo album, fatto di bandane, look vagamente pirateschi, trine sulle camicie, mostrine da marinai seduttori. Per muoversi sulle spiagge sabbiose dell’isola e fra le rovine sacre indossavano completi leggeri disegnati da Kahn & Bell, in lino e seta dai toni pastello panna, azzurro, rosa, giacche destrutturate, camicie ampie e fusciacche. Sfoggiavano il look dei club londinesi con casuale grazia tra le zanzare, l’umidità tropicale e i bagni con gli elefanti.
I volti androgini, perfettamente truccati e levigati dei cinque giovani inglesi vennero sovrapposti alla pietra millenaria e alla vegetazione selvaggia così che la celebrazione della bellezza caduca e transitoria si annichilisse a confronto con la maestosità solenne e imperitura delle aree archeologiche dell’isola.
All’inizio degli anni ’80 lo Sri Lanka era un’isola conosciuta solo sulla carta geografica o poco più, la televisione musicale occidentale era del tutto sconosciuta nei villaggi dell’interno. Mulcahy arrivò in Sri Lanka senza uno storyboard preciso ma avendo in mente tre idee visive ben definite: voleva la band sui templi e sulle rocce, voleva l’elemento acqua -il bagno nel fiume con gli elefanti, la battigia al tramonto- e voleva il contrasto tra l’eleganza occidentale e il paesaggio tropicale. Tutto il resto fu costruito sul posto, adattandosi all’istinto, alla luce del momento e a quello che la location offriva ora dopo ora.
Gli abitanti dell’isola accolsero la troupe con curiosità, forse neanche capendo esattamente cosa stesse per accadere. Gran parte di quello che vediamo nel video è assolutamente reale e non recitato, i bambini che corrono, l’atmosfera semplice e spartana in cui si muove la popolazione locale. I pescatori sui pali, erano veri pescatori cingalesi al lavoro sulle loro palafitte di legno che accordarono il permesso di essere ripresi mentre i componenti della band si stagliano contro la luce del tramonto.
Anche la celebre scena al fiume, in cui l’elefante spruzza l’acqua addosso a Nick e John, nacque dall’interazione spontanea con i lavoranti locali che portavano quotidianamente gli animali a lavarsi nel fiume. Non c’erano comparse pagate per recitare una parte, i lavoratori locali facevano quello che facevano ogni giorno, mentre la band s’inseriva nello scenario. Le inquadrature dei volti dei residenti o dei bambini che osservano la band da lontano sono rubate. La troupe girava con cineprese leggere e la popolazione si affollava ai margini dei set improvvisati; Mulcahy girava la macchina da presa verso la folla per catturare quegli sguardi di autentico stupore e curiosità.

Dopo tutti questi anni, Simon Le Bon che sorridendo prende in braccio un bambino fra gli spruzzi delle onde nel crepuscolo ancora emoziona. C’è una spontaneità che non potrebbe essere mai recitata. E’ proprio questa spontaneità e questa tecnica quasi da reportage documentaristico che rende il video un susseguirsi di immagini toccanti nella semplicità e pregne di un vissuto genuino da apparire anacronistico.
Certo è che vedere giovani uomini occidentali con i capelli tinti, truccati e vestiti in alta sartoria provocava negli abitanti dei villaggi e nei pescatori una miscela di sconcerto e stupore. I residenti si affollavano ai margini dei set per osservarli come creature aliene. John Taylor e Nick Rhodes hanno ricordato spesso come i bambini li guardassero senza sospettare che fossero celebrità internazionali: per loro erano semplicemente strani ragazzi scortati da ingombranti cineprese che stavano facendo chissà che cosa nei luoghi a loro familiari.
Indubbiamente gli spazi naturali dell’isola, le palme inclinate sulle spiagge esotiche, i tramonti color pastello contro il cui cielo si stagliano le figure affascinanti dei musicisti, il vento che da corpo alla presenza di Simon che cammina sulla battigia, la vita semplice degli isolani, gli elefanti che sembrano accogliere questi “stranieri” come presenze familiari, a primo impatto rappresentano l’elemento più conturbante e immediato del video, ma si può convenire circa il fatto che la vera spina dorsale di “Save a Prayer” è costituita dai tre complessi monumentali straordinari che danno la vera caratura al clip: la cittadella vulcanica di Sigiriya, la navata a cielo aperto di Lankatilaka e le imponenti sculture monolitiche di Gal Vihara. Tre spazi del sacro e del potere medievale che la cinepresa ha immortalato come il vero indimenticabile sfondo di un brano che non ha niente in meno rispetto al costrutto visivo.

Nella prospettiva di un’indagine sugli archetipi visivi della musica, quella che interessa particolarmente chi sta scrivendo, “Save a Prayer” incarna in modo ineguagliabile la tensione tra la Pietra e il Vento, tra ciò che resta imperturbabile e ciò che sfugge nell’istante, fra ciò che è effimero e ciò che è irriducubile, tra ciò che è millenario e quello che è destinato alla caducità.
Sigiriya, la Rocca del Leone, è un monolite di roccia vulcanica che si erge ripidissimo per duecento metri sopra la giungla circostante, risalente al V secolo d.C. e fatta erigere dal re Kasyapa come cittadella-fortezza e palazzo reale. La struttura è un capolavoro di ingegneria antica fatta di terrazzamenti sospesi, vasche idrauliche scavate nella pietra e la celebre scalinata d’accesso custodita da due gigantesche zampe di leone scolpite nella roccia. Possiamo attribuire a Sigiriya la rappresentazione dell’archetipo dell’isolamento e dell’inaccessibile.
Nick Rhodes e Simon Le Bon svettanti sulla sommità piatta delle rovine del palazzo reale non mostrano solamente un panorama mozzafiato, ma incarnano una sproporzione che sgomenta: l’esilità dei corpi sospesi quasi nel vuoto, sotto un cielo senza confini, appaiono irrisori e minimi al confronto della vastità del luogo geografico e dell’idea di tempo immemore. La regia sapiente sfrutta le vertigini reali e la maestosità della roccia per trasformare la band in divinità decadenti che chiedono le chiavi per diventare guardiani di un luogo interiore.
Polonnaruwa, capitale dello Sri Lanka dal X al XII secolo, e il Tempio di Lankatilaka rappresentano l’apogeo dell’architettura in mattoni e pietra del regno buddhista medievale. Il Tempio fu costruito sotto il regno di Parakramabahu I nelXII secolo. Le sue pareti esterne, alte originariamente oltre venti metri, si ergevano verso un tetto a volta ormai crollato nei secoli. All’estremità della navata centrale si staglia la silhouette di una gigantesca statua di Buddha in piedi, oggi priva della testa e delle braccia, alta oltre tredici metri.

Lankatilaka offre indubbiamente a Mulcahy una struttura prospettica teatrale. La band cammina lentamente lungo la navata a cielo aperto mentre il refrain del brano sembra accompagnare scenicamente i loro passi. Le enormi colonne scanalate e la statua acefala di Buddha sul fondo diventano la quinte di un tempio dissacrato ma solenne, dove il cammino sognante di Le Bon, anche se un po’ rigido, vuole forse rievocare le processioni rituali dei fedeli del tempio e della divinità a esso collegata.
Sempre all’interno del complesso archeologico di Polonnaruwa si trova Gal Vihara, il Santuario della Roccia, considerata la massima espressione della scultura cingalese su pietra. Si tratta di un unico, imponente blocco di granito scuro all’interno del quale gli scultori del XII secolo hanno ricavato quattro enormi figure di Buddha ad alto rilievo.
Due statue dominano il video: il Buddha Stante, alto sette metri, raffigurato con le braccia incrociate sul petto e un’espressione di profonda compassione, tradizionalmente associato al momento successivo all’illuminazione e il Buddha Disteso, una figura monumentale lunga ben quattordici metri, che ritrae il Buddha nell’atto di entrare nel Nirvana finale, steso sul fianco destro con la testa appoggiata a un cuscino scolpito nei minimi dettagli.
Gal Vihara è il cuore concettuale dell’intero videoclip e vi si entra sul finale, come a compimento di un viaggio iniziatico. Qui si manifesta il collasso più significativo tra il tempo umano del pop e il tempo cosmico della pietra. La regia inquadra i volti raffinati dei bei ragazzi occidentali in un taglio prospettico a inquadratura unica: con gli sguardi malinconici Simon, John, Roger, Andy e Nick a pochi metri dalle rughe di pietra dei Buddha, appaiono in tutta la loro bellezza come un elemento estraneo che agogna di essere però assimilato da qualcosa tanto distante e incomprensibile da risultare intimamente imprescindibile, nella nuova consapevolezza di eternità infusa dall’isola.
Logisticamente, nelle aree archeologiche di Polonnaruwa e Gal Vihara, la situazione locale richiedeva estrema cautela.

Nella tradizione buddhista, le statue di Buddha non sono monumenti, ma incarnazioni viventi del sacro. Girare le spalle a una statua per mettersi in posa, indossare scarpe o arrampicarsi sui bassorilievi è considerato un sacrilegio grave. La band dovette camminare a piedi scalzi sulla pietra rovente e la troupe dovette muoversi con estrema rapidità sotto lo sguardo vigile dei monaci custodi per evitare incidenti religiosi e diplomatici. Un ruolo fondamentale fu giocato dai mahout, i conduttori di elefanti, durante le riprese al fiume e dai pescatori sui pali lungo la costa, che integrarono i propri gesti quotidiani e millenari nella narrazione visiva del video, creando un’inedita e spontanea collaborazione sul set, riservandosi probabilmente anche i ruoli di filtri e intermediari fra gli “stranieri” e la casta sacerdotale dell’isola.
In conclusione del nostro viaggio fra la geografia, i significati e le suggestioni legate al video di Save a Prayer può essere piacevole attradarci ancora un po’ per raccontare piccoli contrattempi fra il grottesco e l’ilare cui andarono incontro i componenti della band.
La narrazione visiva suggeriva un viaggio sognante, romantico, accompagnato dal sintetizzatore nostalgico di Nick Rhodes e dal testo di Simon Le Bon fondato su un incontro d’amore fugace di una sola notte, fra lenti ballati in stanze arredate sontuosamente e pose languide e malinconiche di Simon che si strugge guardando nel vuoto, la realtà del set fu tuttavia decisamente meno idilliaca della narrazione, segnata da contrattempi spiacevoli e pericoli reali al punto che ognuno dei Durans ne ha raccontato dei frammenti.
Nick Rhodes, terrorizzato dall’altezza e afflitto da forti vertigini, dovette essere aiutato a salire in cima alla roccia di Sigiriya, mentre un elicottero privo di portiere effettuava le riprese aeree nel vento fortissimo. Nick ricordò poi il terrore di stare sospeso in aria con vestiti di seta e la preoccupazione di non perdere lo stile impeccabile che lo contraddistigueva: anche con 40 gradi e un’umidità tremenda, il trucco e i capelli dovevano reggere. Oltre all’immancabile broncio sensuale da testimonial di lipgloss!
Andy Taylor, nelle sue memorie “Wild Boy: My Life in Duran Duran”, ha raccontato la celebre scena al fiume in cui un elefante spruzzava acqua sulla band. Andy scivolò e cadde in una pozza d’acqua stagnante e contaminata. Ingerì accidentalmente batteri che gli causarono un’infezione intestinale devastante, costringendolo al ricovero d’urgenza in ospedale per diverse settimane subito dopo il rientro in Inghilterra.
John Taylor ha sempre ricordato quell’esperienza come un misto di allucinazione estetica e improvvisazione alcolica. Per combattere l’umidità asfissiante e la fatica delle riprese senza pause, la band e la troupe integravano liquidi bevendo birra locale (Lion Stout) e rum cingalese direttamente dalle bottiglie tra una ripresa e l’altra. John ha raccontato che molte delle espressioni “sognanti” ed estatiche che si vedono nel video erano in realtà l’effetto combinato di fuso orario, caldo a 40 gradi e un tasso alcolemico costantemente sopra la media! Inoltre, i completi disegnati da Kahn & Bell erano bellissimi da vedere ma comprensibilmente del tutto inadatti alla vegetazione. Dopo il primo giorno tra zanzare, polvere rossa e sudore, avevano perso moltissimo dello smalto da rivista Fashion Man, le giacche di seta erano stropicciate e sporche e il trucco completamente sfatto. “Eravamo questi ragazzi di città con i capelli viola o biondi, truccati di tutto punto, che cercavano di sembrare fighi ed eleganti mentre venivano divorati dagli insetti ed salivano su gradini roventi.”


Anche Simon Le Bon ha regalato alcuni ricordi fra i più movimentati. Durante la famosa scena del bagno al fiume, l’elefante su cui si trovava non era particolarmente propenso a seguire le direttive del regista. Simon ha raccontato di essersi trovato in seria difficoltà quando l’animale ha iniziato a muoversi bruscamente nell’acqua alta. A causa dei vestiti completamente inzuppati e pesanti come macigni che gli rendevano difficile muoversi, ha rischiato di finire sotto le zampe dell’animale. “Non era un set hollywoodiano. Non c’erano imbragature di sicurezza. C’eravamo noi, una cinepresa 16mm e un elefante vero che faceva un po’ quello che gli pareva.”
Simon ha raccontato poi che per girare le inquadrature aeree su Sigiriya, la troupe affittò un vecchio elicottero militare locale. Ha ricordato con un filo di terrore come il pilota volasse in modo spericolato a pochissimi metri dalle rocce per permettere a Russell Mulcahy, che si sporgeva dal portellone aperto senza quasi cinture, di inquadrare la band in cima al sito. Le espressioni che si vedono quando guardano verso il cielo non erano recitazione: era puro stupore mescolato al terrore di essere spazzati via dal vento delle eliche!
Il successo travolgente del video di “Save a Prayer” su MTV e sulle emittenti televisive di tutto il mondo ebbe un effetto assolutamente imprevisto e impattante sull’immaginario della massa: agì da volano turistico e culturale, innescando una trasformazione profonda nella percezione geografica dello Sri Lanka da parte del pubblico occidentale che si ricordò dell’esistenza di quei posti e iniziò a provarne irrefrenabile attrazione.
Prima di “Save a Prayer”, la promozione turistica passava attraverso documentari o reportage di nicchia, scarsamente attenzionati. I Duran Duran e Russell Mulcahy furono senza volerlo promotori di un turismo musicale nuovo di zecca. I templi di Polonnaruwa, le sculture di pietra e le spiagge tropicali smisero di essere cartoline sui cataloghi delle agenzie di viaggio e diventarono luoghi fortemente desiderabili, che venivano però paradossalmente associati allo stile di vita elegante, moderno e sensuale della band. Un vero controsenso geopolitico che però accese l’immaginazione degli occidentali un po’ annoiati dalle solite mete.
Tra la seconda metà del 1982 e la prima metà del 1983, le agenzie di viaggio britanniche ed europee registrarono un incremento eccezionale nelle richieste di pacchetti vacanze verso lo Sri Lanka. I tour operator iniziarono a strutturare itinerari commerciali che ricalcavano le tappe del “Cultural Triangle” (Sigiriya, Polonnaruwa, Kandy) e le spiagge viste nel video.

L’operazione dimostrò all’industria discografica mondiale il valore incalcolabile di quel modello, spingendo le case discografiche a stanziare budget imponenti per spedire gli artisti a girare i propri clip nelle location più esotiche del pianeta, nella speranza di replicare il boom dei Duran Duran.
La curiosità di massa e il boom turistico esplosi all’indomani del video andarono purtroppo a scontrarsi con la dura realtà della storia. Nel luglio del 1983 — appena quindici mesi dopo le riprese del video e mentre la canzone continuava a scalare le classifiche mondiali — nello Sri Lanka esplose il cosiddetto “Black July” (il Luglio Nero). Una serie di devastanti pogrom anti-tamil segnò l’inizio ufficiale della sanguinosa guerra civile cingalese, un conflitto che avrebbe insanguinato e dilaniato l’isola per oltre vent’anni.
Si può dire che il video di “Save a Prayer” rimase impresso nell’immaginario collettivo dell’Occidente come l’ultimo ritratto visivo di uno Sri Lanka pacifico, incantato, integro e sospeso nel tempo, fissato su pellicola un istante prima che la storia reale spezzasse l’incantesimo. L’ultimo fotogramma di un sogno prima di svegliarsi nell’incubo.
Per anni, quelle immagini sotto la luce dorata dell’Oceano Indiano furono per milioni di persone l’unico documento di un paradiso diventato improvvisamente inaccessibile, finendo per alimentare una malinconia ancora più profonda, perfettamente sovrapponibile alla cadenza nostalgica del brano.
Dopo decenni, quando l’inconfondibile ricamo melodico del Roland Jupiter-8 di Nick Rhodes introduce i primi fotogrammi del video, con John Taylor che si staglia nero contro un tramonto e Nick soffia, col suo profilo magnetico, dentro una siringa come uno straniante Pan dandy, si prova lo stesso immutabile brivido metafisico che conferma il sortilegio: la musica che s’innesta a immagini simboliche e feconde, incide in profondità il nostro animo e ci rende templi dove il tempo passa senza che abbia più facoltà di cancellare alcunchè.
E questo è il suo vero potere: l’eternità.

Morena Oro