Ha sempre coltivato la sua passione per la scrittura ma negli ultimi anni in cui è passato dal fare l’imprenditore edile al fare il progettista, si è parecchio dato da fare con la prosa, tanto da pubblicare anche dei paragrafi sulle pagine social. Ivano Brambilla, lesmese doc, nato nel 1963, ci è venuto a trovare per una piacevole chiacchierata sul suo ultimo romanzo intitolato “La felicità in un fosso”. Romanzo che ha presentato di recente al centro anziani del paese che si trova in provincia di Monza e Brianza e che è diventato famoso per le “curve” che in realtà si trovano in un comune limitrofo, ma che storicamente faceva parte di Lesmo. Brambilla conosce bene il suo paese e ama collaborare con le scuole attraverso il Collegio dei Geometri del quale è presidente.
Ci racconti com’è nata questa collaborazione con le scuole?
Sì, mi piace andare nelle scuole ogni tanto, lo faccio attraverso il Collegio Geometri: abbiamo un team che va nei vari istituti per i progetti di “continuità scuola-lavoro”.

E com’è nata la tua passione per la scrittura?
In realtà la sto coltivando soprattutto negli ultimi anni, io non sono un accademico, però mi piace, mi fa sentire bene. Mi è sempre piaciuto scrivere e scrivevo fin da giovane, ma forse non era ancora il momento giusto. Tieni conto che ho una decina di libri pronti, scritti in questi ultimi anni, tra cui anche un noir ambientato nel 1800 e che ha per protagonista la regina Margherita che fa un viaggio in tram. Io ho sempre avuto una grande passione per la Storia. Del resto qui da noi passava la tramvia che arrivava a Dolciago anche se io l’ho fermata a Oggionno con due enne perché all’epoca si scriveva così. Di recente c’è stato anche un personaggio televisivo che mi ha chiesto di scrivere la sua storia e l’ho fatto, lui mi ha permesso di romanzare la sua storia così come gli ho chiesto.
Ecco per scrivere dove ti documenti, dove trovi le fonti?
Io ho una sorta di pusher (ride) di libri che è mio cugino. Lui è uno storico che mi dà tantissime informazioni e libri da leggere su questi argomenti di mio interesse. Per esempio ho due copie di un libro di Gutierrez perché una delle due era passata dalla censura spagnola che aveva cassato tutto ciò che riguardava quelle che venivano definite le “contadine prosperose”.

Ecco parliamo del tuo ultimo romanzo, qui ci sono nomi di personaggi che sono davvero esistiti, come Tarcisio Beretta, sono loro o hai solo preso a prestito i loro nomi?
No, non sono loro, ho preso i loro nomi ma poi li ho trasformati. Del resto il vero Tarcisio non andava al Circolino come il mio personaggio. Certo le persone reali mi hanno ispirato, del resto quando io ero piccolo li frequentavo diciamo e quindi ho avuto a che fare con loro. Mi hanno ispirato ma poi li ho modificati.
Hai ambientato questa storia 10 anni prima della tua nascita, ci spieghi il perché di questa scelta?
Perché quando ero piccolo io ho conosciuto questi personaggi che arrivavano dalla Guerra, li ascoltavo parlare. Io ho vissuto la realtà del Circolino fino agli anni Ottanta. E quindi è come se mi portassi dentro le loro memorie. Anche perché nella mia passione per la Storia c’è anche un amore per il Ventennio che ho studiato a fondo.
Perché è così importante per te il passato?
Perché fa parte di me. Io non sono un nostalgico, ma la memoria è importante. Io prendo i fatti del passato e li trasformo a mio piacimento, anche con i personaggi faccio così, ma il loro modo di agire e comportarsi…bè quello è reale, io li ho visti e ora li racconto.

Quindi le nostre radici sono importanti?
Sì precisamente. Una volta un’amica mi ha chiesto come mi sentivo. Bè io mi sento come una vecchia quercia, le mie radici sono tutte le vie che ci sono in paese (Lesmo ndr), perché io vivo e ho sempre vissuto qua, sono un indigeno del paese insomma. E questo per me è fondamentale. Quindi per me anche questo libro è un recupero della memoria. Ma poi la cosa buffa è che mi fermano per strada i lesmesi che hanno letto il mio libro e che ci si sono ritrovati e questa è la cosa più bella, a me non interessa vendere, io non devo campare della mia scrittura, ma è bellissimo questo rapporto con le persone, come alla presentazione di inizio ottobre al centro anziani.
E le relazioni interpersonali quanto sono importanti?
Sono fondamentali, le relazioni giuste, quelle attive, quelle che ti danno tanto. Chiaro che non sono tante, nemmeno per me che conosco tantissime persone perché per il Collegio devo interfacciarmi con tanta gente, ma poi ci sono quelle 4 o 5 persone che sono fondamentali. Io ho una sensibilità particolare che mi fa capire se il mio interlocutore vuole rimanere in superficie o vuole un rapporto di interesse e allora anch’io mi adeguo. Ma se vedo che c’è un interesse reale allora anch’io approfondisco, perché questo tipo di relazione interpersonale più profonda è fondamentale per tutti noi.
Ma ci sono scrittori che ti hanno ispirato?
Io ho letto molto e mi piace leggere, sono partito da Verga e sono arrivato a Simenon, ho letto Camilleri e Wilbur Smith. E ho anche riletto perché mi piace rileggere i libri.

La felicità sta davvero in un fosso?
Sì perché sta nelle piccole cose e noi dobbiamo andargli incontro. Io ho conosciuto molti artisti che sono anche un po’ folli, ma in fondo tutti noi lo siamo alla nascita, ma poi con il tempo diventiamo razionali, mettiamo la razionalità davanti a tutto. Una volta ho detto proprio questo a 80 ragazzi che erano di fronte a me per una visita al Collegio Geometri: che dobbiamo ritrovare quella follia che abbiamo alla nascita perché la razionalità a un certo punto ci spegne. Quella follia che è creatività e che sta nella felicità delle piccole cose, quindi sì la felicità sta in un fosso.
Quanto ti è costato scrivere questo libro e quanto c’è di autobiografico?
Non mi è costato niente, mi ha dato molta felicità, voglia di andare a casa la sera a scrivere. Mi ha dato gioia insomma. Di autobiografico c’è la mia conoscenza per quel mondo e quei personaggi come ti ho detto prima.
Tu dici di non essere un accademico però questa passione per le materie umanistiche ce l’hai sempre avuta?
Sì fin da giovane e poi ho conosciuto tanti artisti che mi hanno insegnato a guardare la luce, anche in un fosso appunto. Questo titolo vuol dire che la felicità la puoi trovare ovunque perché è dentro di noi. E’ la spinta che ci fa alzare dal letto al mattino e ci fa vivere, è la felicità di abbracciare la vita.
Bianca Folino
